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DI LUI HANNO SCRITTO:
Kazuo Akiyoshi
Dalmazio Ambrosioni
Laura Basso
Carol Damian
Mimmo Di Marzio
Giovanni Faccenda
Angela Felice
Paolo Levi
Vittorio Sgarbi
Paolo Rizzi
I CONFINI DELLA LUCE - Paolo Levi
Per Pier Toffoletti dipingere è atto liberatorio, di crescita interiore, e il quadro rappresenta, per lui, una sorta di scrigno dei sentimenti.
È il suo un caso poetico di un’anima alla ricerca di risposte. Per questo motivo viene spontaneo scomodare C.G. Jung e i suoi studi sull’inconscio, produttore di simboli suggestivi, sovente arcani.
Comporre immagini, che definirei improvvisi dell’anima, significa per Pier Toffoletti indagare lungo gli anfratti del preconscio e ricavarne stupori, misteriose nozioni figurali che hanno una conclusione, ma come lasciata in sospeso, a livello di lettura visiva.
Nella sua produzione più recente ha abbandonato l’incantesimo che trasmettevano le sue figure femminili, di una beltà plastica fine a se stessa, dove l’ombra sembrava vincere sulla luce. Oggi la situazione pare capovolgersi: la fonte attuale della sua ispirazione tende alla rappresentazione di un biancore che rivela un palcoscenico intimista, d’inquieta espressività, riconoscibile nelle sue premesse spirituali. Pare quindi iniziato un proficuo e approfondito dialogo tra l’artista e la propria anima, tra l’Io e il Sé.
Il pittore porta alla ribalta un’apparenza di immagini, come situazioni umane e naturali, e un’astrazione caotica non casuale nei fondi di splendida stesura informale.
Egli, cercando, trova: solo sperimentando sarebbe un lavoro infinito. In questo caso, viene in superficie un altrove che egli titola secondo il messaggio che di volta in volta si propone: Figure luminescenti e Luminescenze arboree. Sono fenomeni dell’immaginazione, che egli affronta, e che lo condizionano secondo l’angolo interiore da cui emergono.
Tra i due differenti temi c’è, però, un indissolubile legame che li unisce: sia per la figura di donna, dall’atteggiamento di ritualità arcana, sia per l’albero trasmutato in forte tensione espressiva, la luminescenza è il denominatore comune che trasfigura il visibile in inafferrabile essenza.
Le raffigurazioni mutano da quadro a quadro, come tanti passaggi musicali, contrappunti dialogici, ben realizzati da un pittore che conosce l’arte del disegno e della tavolozza. Sono mutazioni visive, trionfi di beltà femminili o della natura arborea, momenti di ritualità che volutamente ingannano la percezione visiva, porgendo momenti luminosi che provengono dalla sua interiorità, che vivono in lui, come essenze-presenze.
Sono momenti decisivi nell’arte di Pier Toffoletti, viaggiatore negli spazi del sogno. Le prodigiose apparizioni di alberi appaiono come simboli della natura, con una loro anima - intrecci dove i rami sono forme informi, rappresentati come tante scariche elettriche - mentre le figure di donna trasmettono suggestivi momenti di incantamento, in una dimensione di apparizione fuori dal tempo e dalla storia, dove la stesura del fondo ha biancori dalla fonte segreta. Forse è materia che ricopre mitici eventi, invenzioni, corpi che pretendono un proprio spazio in una prospettiva definita. Ma questi differenti aspetti comprendono, in verità, l’esperienza volitiva di un pittore inquieto che ha vasti interessi culturali e fantastici, quelli di un mondo attivo e radiante, ai confini di ciò che noi definiamo etereo; un cosmo di cose e di fatti che si ricollega alla necessità di conciliare e di rimanere in equilibrio tra figurazione e astrazione.
Pier Toffoletti non dipinge, ricama. Quando ci si avvede di un suo passaggio cromatico steso con fare lento, questo va letto e riconosciuto come meditazione di un artista che nulla lascia al caso, pittore conscio delle infinite possibilità di variazioni che il quadro ha sull’essenza del vero apparente. In verità, il motivo conduttore della ricerca di Pier Toffoletti è di portare alla conoscenza di chi osserva improvvisi di luce che sgorgano dal suo inconscio e che diventano magma e segni riconoscibili di momenti suadenti, percezioni di bagliori , di stupori, di essenze illusorie: inquieti travasi di un mondo interiore.
LUMINESCENZE - Dott.ssa Laura Basso
I corpi di Pier Toffoletti travalicano i confini dei singoli saperi analitici per configurarsi come il luogo in cui riaffermare la loro congenita unità di materia e spirito. Nella sua nuova figurazione, intrisa di precise conoscenze scientifiche e mistico-filosofiche di cui rintraccia gli elementi condivisi, l’artista individua nell’energia endogena dell’uomo il mezzo per una sua liberazione estatica.
Come scrive il medico americano Leonard Laskow: “è scientificamente provato che il corpo produce energie grazie alle reazioni chimiche dell’organismo, misurate comunemente con la tecnologia: risonanza magnetica, elettroencefalogramma, elettrocardiogramma, ultrasuoni […]. Queste energie sono le stesse che vengono variamente chiamate aura, energie spirituali, scalari o sottili”.
Ogni soggetto dipinto su queste tele è un consapevole centro d’irradiazione energetica che, attraverso un percorso di liberazione-unione, ritrova la comunione con se stesso e con il sovra-terreno approdando così in una dimensione in cui lo spazio non è geometrico, il tempo non è circolare e la materia diventa colorata luminescenza.
Ad esempio, in Ritratto Luminare una donna, con lo sguardo rivolto verso il basso, è realizzata con una predominanza di cromie naturali, solo parzialmente insidiate da un viraggio di verde e rosa. Invece in Pensiero a Tesla o Pensiero a Kirliam dei corpi raccolti su se stessi sono completamente investiti da questi due colori, che invadono anche tutto lo spazio circostante. Usate in diverse saturazioni queste cromie sono presenti anche in tutte le altre opere, insieme a quelle dei blu e dei rossi con cui spesso si miscelano ottenendo, ad esempio, i violacei di Ricerca del Contatto Luminare. Una particolare lettura simbolica attribuisce ai verdi e ai rosa la rappresentazione dell’amore, ai rossi della materia e ai blu del divino. Questa connotazione metaforica, gli sguardi sfuggenti e le posture dei corpi ci permettono di interpretare ciò che sta accadendo in queste tele: i soggetti isolano le proprie percezioni dall’esterno per iniziare una concentrazione che gli permetta di liberare la propria energia endogena che, riempiendo l’ambiente, si colleghi a quella divina. Il movimento energetico è reso visibile dall’artista con un’evidente pennellata bianca le cui fattezze permettono di determinarne l’origine o in un preciso punto del corpo, a cui segue un movimento ascensionale, o in un punto esterno che poi discende verso il soggetto; ma qualsiasi sia l’iniziale fulcro di propagazione, le due energie si corroboreranno fra loro per mettere in comunicazione lo spirito dell’uomo a quello di Dio, in un dialogo d’amore.
Come documenta la letteratura sulle grandi mistiche rapite dall’estasi divina, per unirsi a questo sentimento ideale è necessario vincere le resistenze della materia corporea. Pier Toffoletti ce ne mostra la difficoltà in opere come quelle della serie intitolata Scala Energetica in cui il corpo, in un più avanzato stadio del percorso rispetto ai quadri precedenti, sembra in preda ad uno spasmo, come fosse il terreno di lotta in cui una forza sta, faticosamente, imponendosi sull’altra. In Altra Densità e in Protesa in Spazio Alternativo la vittoria è quasi avvenuta, come dimostrano i corpi eretti che si muovono con maggior scioltezza. Il diniego della materia ci è mostrato in opere come Altro Spazio in cui una donna, chiamandoci in causa con uno sguardo diretto, avanza muovendosi fluida e sorridendo; o come in Immersione nell’Etere in cui l’artista sembra raffigurare una nuova nascita: il soggetto potrebbe essere immerso nel liquido amniotico, cioè appartenere di un altro essere da cui però si distingue, pronto a riemergere/rinascere in una dimensione che, come suggerisce la parola Etere, non sarà tangibile ma virtuale (spirituale).
Quest’ultimo quadro appartiene ad un dittico che rappresenta lo stesso soggetto in modo speculare e in due diverse cromie. Molte delle sue opere rispondono a questa dinamica e in Doppio Eterico l’artista ne palesa il significato attraverso il titolo: uno dei soggetti rappresenta il corpo fisico, mentre l’altro è, appunto, il corpo eterico cioè l’ologramma delle nostre energie.
Da queste opere emerge una concezione dell’uomo che solo per la comodità speculativa dei singoli saperi (simboleggiati dall’artista con indecifrabili scritte cutanee), è stato parcellizzato in diverse dimensioni, dimenticando col tempo di essere invece il frutto dell’unione di spirito e materia in reciproca comunicazione. A volte però, incontriamo qualcuno ancora memore di questa nostra ambivalenza e che magari, come Pier Toffoletti, ce ne parla attraverso opere di raffinata elaborazione tecnica e formale veicolando così, nella bellezza delle sue superfici, un concetto fondamentale sulla nostra natura; talmente importante che Michelangelo gli dedicò il centro della volta della Cappella Sistina, quando dipinse Dio che, dopo aver plasmato Adamo con la “materia” del fango, unì il suo indice a quello del nostro capostipite donandogli così l’“energia” della vita.
"La modernità e i suoi padri " - Dalmazio Ambrosioni - 2006
La modernità e i suoi padri
Pier Toffoletti può essere considerato, sul versante della pittura, uno storico della modernità. Al di là dell’evidente talento, della spiccata e pastosa gestualità, del segno sapiente e immediato, riesce a far proprio lo sguardo interiore dell’arte moderna. Ha capito che la pittura, come e più delle altre arti, insegna che la storia ha un peso ma anche una legerezza. Non che prima fosse una sorta di terra di nessuno, ma il fatto di porsi oltre le strettoie della descrittività e le pianure sconfinate dell’astrazione ha riportato l’accento sui segni della storia. Che poi nella pittura contemporanea la faccenda venga rilevata e se ne tenga debito conto è tutt’altra questione.
Alla resa dei conti, cioè con i dipinti e il complessivo sviluppo della sua opera – progressivo, veemente, a tratti percussivo - Toffoletti denuncia l’insostenibilità di quel processo storico che vede il presente in una traiettoria senza passato, proiettata verso un futuro utopicamente trionfante quanto realisticamente incerto. Gli contrappone, in termini di figurazione, le ormai irrimandabili richieste di recupero del passato, prossimo e remoto: appunto dell’arte moderna e delle grandi stagioni del passato, su tutte il Rinascimento. E, più indietro e più in profondo, va a recuperare il riferimento primario, ossia quella memoria antropologica nella quale sono infissi gli archetipi, i modelli originari delle cose; una sorta di imprinting che va ricercato e indagato nel cuore degli uomini (intesi come genere umano) più che nella logica delle cose.
Alle fonti della grande pittura
La pittura di Toffoletti manifesta un’allure stilistica e una gestualità in cui sono sintetizzate le stagioni del moderno. Le si ritrova acquisite, chiarite, elaborate, masticate, digerite e infine fisiologicamente conglobate nel suo DNA pittorico. Ne ha fatto una premessa su cui costruire il proprio sviluppo progressivo. E’ questa l’officina in cui trova gli strumenti – un veicolo, una chiave - per risalire i tornanti del tempo che si è fatto storia e per aprire stanze che attendono di essere dipinte con un linguaggio nuovo, che sappia parlare all’oggi.
Per quest’operazione, che connota la sua opera ormai pluridecennale, ha scelto non un percorso di imitazione del passato, frequente nell’attuale “nuova figurazione”, ma di indagine. Lo persegue in modo radicale per decifrare il linguaggio pittorico, per indagarne il vocabolario onde poterlo, per l’appunto, aggiornare. In questo volo pindarico tra presente e passato è implicita l’idea di viaggio. Dove? Alle fonti della grande pittura, agli affreschi del Romanico, alle pale d’altare del Rinascimento, un mondo ammirato, decantato ma spesso archiviato negli scaffali della cultura figurativa. Toffoletti ne riprende le atmosfere, pittoriche e culturali; le rilancia nella pittura contemporanea tenendo conto delle tante, successive stagioni dell’arte moderna: mentre studia e assimila, crea la propria pittura del presente.
Il recupero del passato in forma aggiornata è uno dei fondamenti della cultura figurativa più attuale, il cui esito si gioca nella capacità di cogliere l’essenziale, il significativo. Toffoletti produce una pittura che proprio nella pastosa gestualità racchiude il ritmo del tempo che passa, i colori delle stagioni, i riverberi delle ombre e della luce, la matericità della natura (usa polveri di marmo, argille e sabbie), la lievità misteriosa dei tempi intermedi, delle soste in cui il percorso non è più e non è ancora. Una pittura all’apparenza istintiva, in verità meditata in cui colori e forme si intersecano fino a intrecciarsi in una successione di toni e sfumature, che poi si risolvono in stesure piene, dichiarate.
Anch’egli, risalendo a ritroso i territori della storia, si sente – come Marguerite Yourcenar nell’omonimo romanzo - “pellegrino e straniero“ di fronte alla vertigine delle memorie del passato. A questa estraneità si ribella, convinto che pittori e poeti hanno tutti bisogno di un grande paese, quello dei loro sogni. Tende quindi caparbiamente a verificare la realtà presente in una pittura che unisce sogno e visionarietà nel surreale, che a sua volta sfocia nel metafisico per trovare quelle risposte che il tempo presente non gli dà. E’ sempre in cammino, impegnato a valicare quel crinale di psicologica estraneità oltre il quale, forse, si cela il senso che va ricercando. E che magari é ancora più in là, per cui l‘inquieta ricerca non può fermarsi.
Le immagini del moderno
Per un‘impresa del genere occorrono buoni compagni di viaggio. Pier Toffoletti li trova nella grande pittura del passato, in particolare nella straordinaria tradizione veneta di figura e di paesaggio. Ma anche nelle immagini del moderno: nella cartellonistica, nel graffitismo, nelle provocazioni dell’attualità. Gli basta un imput minimalistico per andare alla radice, là dove le cose ancora non sono e cominciano ad essere: un rapinoso ricordo, un brano di memoria. Gli basta un‘immagine di natura, gli bastano i suoi alberi da declinare con quelli di Mondrian.
I suoi alberi, le sue figure non partono dalla descrizione, dall‘aspetto e nemmeno dal contesto, paesaggio e stagioni. Sono il risultato di tante voci una sull’altra, sino a formare un vocabolario sul quale l’artista struttura un proprio linguaggio, sostenuto da una sintassi classica. Cosicchè tanto il naturale quanto l’organico non vengono assunti come elementi singoli, come particolari di un tutto, tessere di un mosaico, ma come una prospettiva scenografica su cui viene interpretata la folgorazione, lo spettacolo della vita. Ed ecco su questa scena irrompere voracemente la luce e il colore.
La natura e gli alberi, così come le figure diventate personaggi avendo assunto un’identità, vengono proposti come elementi di vita spirituale ed emotiva proprio perché sono interiorizzati, percepiti, rivissuti. Vivono in quanto fanno parte della dimensione esistenziale: quegli alberi sono figure, esseri umani, siamo noi. Così come le figure diventate personaggi sono parte integrante della natura, sono natura esse stesse: calchi di argilla, terre, rocce, paesaggi, territori. In Toffoletti la natura non è più, come per gran parte del Novecento, un riferimento traslato cui ricorrere per necessità di comunicazione; è assunta con una misura esistenziale e non naturalistica. Esistenza come attualità e memoria, presenza ed estraneità, passato e presente.
Alla ricerca del significato
La pittura di Pier Toffoletti è percorsa da una scia di (apparente) contradditorietà. E’ una dialettica aperta, un duello in corso in cui, drammaturgicamente, i contrari si combattono in una lotta a superarsi, a vincersi. Lungo questo confronto, che poi è un’ininterrotta ricerca del “senso“, la sua pittura può permettersi di abbandonare stesure coloristiche a volte sfolgoranti, per impoverirsi sino ad approdare al mono-cromatismo, quindi ad una ricerca più tonale che coloristica; e può persino trascurare la comunque inconfondibile eleganza del gesto. Ciò significa che l’artista si pone al di là degli strumenti e delle buone regole del dipingere, che pure possiede in modo così fluido da apparire istintivo, per privilegiare la caparbia determinazione a capire, a ricercare il senso, a rispondere con la pittura a domande di tipo esistenziale. Sui versanti di questa ricerca comparata, utilizza una pluralità di strumenti tra loro ben coordinati, con i quali produce successive stratificazioni. Cosicché ogni dipinto assume una storia anche di tipo operativo e materico.
Attenzione però, perché la splendidamente ricca varietà di elementi pittorici cerca e trova un referente nella geometria, “che è bianchissima in quanto è sanza macula d’errore e certissima per sé e per la sua ancella, che si chiama Perspectiva” come scrive Dante nel Convivio. Ed è proprio la prospettiva ad attivare nei dipinti di Toffoletti un moto d’accelerazione in modo che i volumi (la natura, le figure) si possano distendere nello spazio e indicare altri spazi di tipo simbolico.
In questa prospettiva aperta nemmeno gli elementi figurali sono sufficienti a se stessi. Vengono quindi altrimenti dislocati attraverso il loro speculare sdoppiamento. Dove lo specchio, da una parte capovolge l’ordine delle cose e, dall’altra, accentua la dimensione dell’apparire. Ritorna la dialettica dei contrari con la quale Toffoletti esalta la drammaturgia del presente: il mondo delle cose e degli affetti, le immagini di natura, la realtà urbana vanno a collidere con un remoto (attraverso la memoria riappare la storia) spleen esistenziale, con ricerche di significato, di identità, di appartenenza. Figure e natura che nello sfuggire a se stesse in verità si replicano, si ricercano ossessivamente anche attraverso una modularità di tipo fotografico.
Lungo le pendici di questa “figurazione allusiva“, Toffoletti sale con un ritmo scandito dalla qualità di una pittura sedimentata, dove anche il gesto si storicizza e diviene, nel tempo, elemento simbolico. Fino al quadro diventato cosa, fatto oggetto, che si auto-contestualizza, perché il cerchio della dialettica Toffoletti lo chiude in sempre nuove ripartenze..
Un unico, grande tema
A Pier Toffoletti interessa un unico, immenso tema, ed è la condizione umana. Rapporta la ricerca del senso della storia al soggetto in cui si riverbera: la persona umana, raccolta in immagini del presente proiettate in una dimensione storica. E’ questo il referente, l‘elemento centrale che ritorna come un‘ombra. La condizione umana, accolta e quasi protetta dalla natura (gli alberi), è la traiettoria di quel volo pindarico che collega le remote radici, gli elementi originari di una storia che si studia nel proprio farsi, ai simboli, all‘attualità o, meglio, alla percezione talvolta innaturale propria dell’uomo d‘oggi.
In questa fondamentale prospettiva di percezione ritorna un elemento costante nella pittura di Toffoletti, ossia il sentimento del sacro. Più che un soggetto, è un clima che si traduce in una forte coscienza individuale della condizione e della dignità dell‘uomo. Mentre subodora e talvolta annuncia la fine, Toffoletti mantiene alta la tensione dell’opera: ogni dipinto è una domanda e forse una preghiera. Come di chi, nonostante tutto, investe sull’esistenza che però vede attraversata dal montaliano mal di vivere: una sottile trama di disperazione, inutilità, inadeguatezza nel preciso momento in cui – ed ecco il dramma – cerca futuro, prospettive, energia, speranza. E intanto coltiva, nell’incombere della tragedia, quel tanto di libertà che permette di alimentare l’esistenza. |
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"Luminescenze" - Mimmo Di Marzio - 2006
Il grande maestro tedesco Gerard Richter, padre antesignano della figurazione contemporanea, sosteneva che l'arte deve creare un nuovo linguaggio visivo ma deve anche saper mantenere una propria libertà d'azione, sottrarsi alle classificazioni perché «l'arte, nel senso proprio del termine, esiste malgrado tutto..(...), è sempre esistita e continua in quanto aspirazione suprema alla verità...(...). E' la forma più perfetta della nostra umanità». Non è forse un caso che a pronunciare queste parole fosse un grande artista di fine ’900 che, in un’epoca contraddistinta dalla proliferazione dei media artistici e da una diffusa vocazione al concettualismo, ha saputo riscattare il mezzo pittorico da una progressiva crisi di identità. Rinnovandosi, la pittura ha da allora imparato a dialogare da pari a pari con i linguaggi propri della cultura contemporanea, dalla fotografia al video fino a internet, pur mantenendo integre le proprie capacità alchemiche e continuando ad attingere alle stratificazioni della memoria estetica dell’uomo.
L’artista friulano Pier Toffoletti appartiene a quella schiera di artisti contemporanei che hanno fatto propria questa lezione, arricchita beninteso da quell’italica predilezione per le categorie dell’universo classico che rendono riconoscibile ancora oggi la nostra figurazione in ogni angolo del mondo. Evidente nella sua opera appare l’eredità del cosiddetto medialismo, una pittura che, mutuando dall’universo mediologico, assume connotazioni sempre più mentali, analitiche e che, più che ad un’opera materialmente concepita, guarda a una collocazione dei linguaggi, dei codici, dei segni di un universo più ampio.
Nella sua ricetta, l’artista sceglie di mescolare ingredienti cari alla tradizione ad altri appartenenti al proprio bagaglio esistenziale e collettivo. Al centro dell’opera primeggia ancora una volta il corpo vissuto come strumento di liberazione dell’anima. I corpi di Toffoletti, nel loro iperrealismo magico, figurano sospesi in uno spazio a-temporale come creature archetipiche e, allo stesso tempo, assolutamente quotidiane. I suoi riferimenti all’universo femminile assumono una sacralità che pare dissolversi in icone essenziali e, attraverso il colore della materia, quasi svaniscono come reminescenze di un mondo lontano, di una realtà perduta prima ancora di essere consumata.
Il colore appunto, che viaggia attraverso una gamma di acide monocromie entro cui la figura si mescola e in parte si dissolve, aumenta il senso di spiazzamento e di atemporalità mentre la luce, fredda e artificiale, pervade la visione. Le figure, fotografate nella scia di un sogno come polaroid solarizzate, fluttuano nello spazio e paiono umane luminescenze, ferme nell’estasi di un istante plastico che sembra sempre presagire messaggi universali.
In questa nuova fase del percorso artistico di Toffoletti, l’indugiare con il media fotografico non prescinde da un valore fortemente pittorico della composizione, al di là dei riferimenti a un’archeologia del presente sviscerata con segni graffianti e con l’introduzione di contrasti materici. Nei suoi nudi senza volto, il corpo torna a configurarsi come privilegiato strumento di indagine, dove la luce e il segno accentuano i valori plastici in un formalismo dai contorni caravaggeschi. L’anonimato e la simbologia del gesto rivelano costantemente l’intenzione di esaltare un corpo sempre più contenitore di emozioni e luogo generatore di relazioni inconsce tra uomini e cose.
In queste sacrali trasfigurazioni, i corpi sembrano fondersi ad una natura ideale, trasportati in spazi irraggiungibili, siderali: ora boschi notturni irradiati di luce che emergono da fondali impenetrabili, ora prati notturni coperti da enormi arbusti fosforescenti.
Toffoletti, attraverso l'uso sapiente di materiali mediali, dà vita a una pittura sempre evocativa e a tratti metafisica. Una rappresentazione approfondita e sintetica, la sua, tale da suggerire la presenza di un mondo altro, non definibile con il solo mezzo fotografico, ma il cui lirismo riesce ad essere pienamente espresso con una tecnica assolutamente tradizionale: la pittura.
Tra i simboli ricorrenti nella sua opera, forse non sempre consapevolmente, c'è anche quello dello specchio ovvero della specularità del soggetto femminile che fa capolino nelle composizioni come carattere essenzialmente "gnostico" e contemplativo. Il mito stesso di Narciso, del resto, corrisponde al dramma dell'artista e alla impossibilità di comunicare, di corrispondere; o, meglio, è l'istituzione di una molteplicità di forme di specularità che non implicano comunicazione: la simmetria, la specularità, la corrispondenza. Ma lo specchio, come afferma Titus Burckhardt, è anche il simbolo più diretto della visione spirituale, la contemplatio, e in generale della gnosi, "giacchè attraverso di esso si trova concretizzato l'avvicinamento del soggetto e dell'oggetto".
Anche in Toffoletti, la scelta del soggetto artistico doppio ha un ulteriore valore, proprio a testimoniare un’importante caratteristica della sensibilità contemporanea circa la percezione del sè. Nella società contemporanea l’individuo percepisce se stesso come un doppio di corpo ed anima slegati e conseguentemente riuniti come le tessere di un grande mosaico. |
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Ritratti
come specchio dell'anima di Giovanni Faccenda - agosto 2005
Da
sempre incamminata per la strada maestra della bellezza
classica, la pittura di Pier Toffoletti incontra
invece nella sua stagione più recente il
disagio misterioso di una contemporaneità
ebbra di inquietudini oscure. Un segno, più
spesso una patina di nero affonda quelle figure
che sembrano in perenne attesa di qualcosa destinato
a rimanere sconosciuto persino alla loro stessa
immaginazione. Mostrano una interna apprensione,
le donne di Toffoletti: come se un quid di inspiegabile,
che alberga comunque nel loro quotidiano, intervenisse
ad alimentare un taciuto travaglio, una sofferta,
intima riflessione.
Di questa sorda afflizione, che diventa a tratti
tenebroso tormento, a colpire è l'urlo recondito
e inconfessato di chi vede spegnersi nel domani
ogni motivo di speranza, in un crescendo di paure,
ansie, arcani presentimenti verso una realtà
sempre più malevola e ostile nei confronti
degli esseri umani più sensibili.
L'attuale esercizio espressivo di Toffoletti riecheggia
così, nella sua maggiore intonazione, quel
realismo esistenziale che insiste ad ardere sotto
le ceneri di una ricerca creativa volta a portare
in superficie, nel magico paradosso di una eleganza
figurativa, quanto di meno rassicurante esiste e
si dissimula nell'uomo: un coacervo di stati d'animo
altalenanti fra accettazione e rassegnazione.
E non stupisce, in un simile pensiero, il ricorso
a donne belle e fascinose che soltanto raramente
ci guardano negli occhi: forse per nasconderci quello
che eventualmente potremmo scoprire se solo incrociassimo
il loro sguardo.
Il male di vivere ha intaccato alla radice la bellezza.
Ecco perché, con indomita urgenza, Toffoletti
continua a spingersi oltre quel versante dove la
pittura soppesa una certa umana irrequietezza. |
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prof. Vittorio Sgarbi tratto
da "I giudizi di Sgarbi" Editoriale
Giorgio Mondadori
Con
Pier Toffoletti si può parlare di una pittura
che sembra provenire da un affresco antico, eseguito
sul fondo di un muro che ha subito l'ingiuria del
tempo, e dove oramai il testo pittorico è andato
in parte perduto, lasciando aperto un enigma indecifrabile.
Il modo di procedere di questo artista è in
parte mentale e in parte onirico. A volte l'immagine
campeggia come su una scena, altre volte pare al contrario
tendere a scomparire completamente, lasciando solo
un'ombra che lascia intravedere ancora dei segnali,
altre volte ancora appaiono figure nude di uomo o
di donna, compenetrate in una loro arcana sacralità.
In queste scenografie, le posture armoniche dei corpi
hanno un non so che di misterioso nella qualità
emblematica dei gesti, come assorte in un languore
casto, o come se fossero evocazioni decorative che
alludono a qualcosa di precariamente reale. Artista
di scuola, Toffoletti ha scelto di applicarsi a una
tecnica mista, grazie alla quale le sue opere giocano
sugli elementi usati dagli antichi affrescatori. Egli
applica a supporti lignei la polvere di marmo, gli
ossidi e le sabbie in un gioco alchemico quanto mai
personale. Prima però li impasta utilizzando
collanti per ottenere la base materica su cui poi
intervenire per realizzare graffiti, rilievi, incisioni;
quindi procede all'applicazione dei colori acrilici,
realizzando cromie e contrappunti che rilevano la
composizione, conferendole vibrazioni del tutto insolite.
Nella sua inquietudine, tuttavia, non si accontenta
ancora di questa elaborazione materica, e sul suo
complesso assemblaggio interviene ancora successivamente
con la pittura ad olio. È dunque innegabile
il fatto che Pier Toffoletti, maestro veneto di Udine,
abbia scelto di vivere la sua arte nel segno nostalgico
dell'ammirazione per la pittura del passato. Ma è
necessario distinguere tra chi guarda gli antichi
maestri dell'affresco copiandone pedestremente gli
stilemi e chi, come Toffoletti, gioca in chiave totalmente
originale e autonoma dai modelli stilistici che si
è scelto. L'intelligenza poetica di questo
artista evita infatti qualunque tentazione esornativa
o narrativa, per ribadire l'importanza di una visione
ritmata solo dai segni del suo grafismo materico.
La sua aspirazione è evidentemente quella di
non lasciarsi irretire da una fascinazione imitativa,
ma di delineare un dialogo silenzioso di figure del
tutto contemporanee, dal momento che si collocano
in uno in spazio strutturato come un'ambientazione
concettuale. I suoi personaggi sembrano a volte immersi
in un'estasi amorosa, a volte sono compenetrati in
luminescenze che ne stemperano la corporeità
in pura ombra. Ma se essi si presentano all'osservatore
- coinvolgendolo - come se fossero avvolti dall'aura
riflessiva di una problematica esistenziale senza
soluzione, sconfinante forse nella ricerca metafisica
di una verità ultraterrena, d'altro canto le
macchie e i tratti astrattamente indecifrabili che
li circondano sono i segni di un inconscio già
esplorato, la cifra di un linguaggio tutt'altro che
inattuale. Non è un caso tuttavia, che nelle
più recenti sperimentazioni la figura umana
sparisca definitivamente. Restano solo più
gli sfondi ruvidi, le superfici graffiate da iscrizioni
e segnali, da tracce di presenze che hanno ormai consumato
il loro tempo, come se i muri rugosi della memoria
li avessero inghiottiti in un vuoto ombroso e protettivo.
Qui lo spazio si coniuga in tensioni drammatiche,
dove il colore si riduce a puro impasto argilloso,
e dove la luce gioca il suo ruolo fra le pieghe della
superficie scultorea di un bassorilievo astratto. |
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Prof. CAROL DAMIAN responsabile del Dipartimento
di Storia dell'Arte del FIU Universita' Internazionale
della Florida
I
suoi lavori sono basati su elementi frammentari ed
illusori di tempo e di luogo e parlano molto della
sua eredita' italiana, degli antichi affreschi e delle
immagini indimenticabili di divinita' che un tempo
presiedevano la vita nei tempi e nelle vie.
Spesso l'artista fa riferimento al passato classico,
tuttavia, le immagini di Toffoletti, sono decisamente
moderne, come lo e' la sua sensibilita' per i segni,
i graffiti ed il trattamento della base su cui dipinge
che sono il completamento di ogni suo lavoro. Toffoletti
usa una mistura di cemento e di colore per creare
superfici uniche per i suoi soggetti, egli, con la
sua pittura, va al di la' di una semplice descrizione
di cio' che vediamo. Immagini sensuali emergono dalle
profondita' di queste superfici come complementi attraenti
di un ruvido e tangibile sottofondo. |
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Prof. PAOLO RIZZI - Critico d'arte - Venezia - Agosto
2000
L'incontro-scontro
è sconcertante ma anche suadente. Ecco avanzare
verso di noi alcune ragazze: sono, più o meno,
le stesse che vediamo per strada, salire sull'autobus
o entrare in qualche boutique. Il loro incedere, il
trucco leggero, i vestiti alla moda, la stessa aria
disinvolta obbediscono all'estetica di oggi. Esse
sono figlie dei "media". Ma nello stesso
tempo la loro apparizione pare uscire dal tempo. Avanzano
come se uscissero da un affresco antico, magari di
Raffaello, un muro screpolato e tutto screziato da
segni indecifrabili. E noi ci chiediamo stupiti: possono
essere, quelle ragazze, di ieri come di oggi? La loro
ambiguità ci affascina. Ne rimaniamo attratti
in modo strano.
In realtà le raffigurazione che ci propone
Pier Toffoletti - le "sue" ragazze, che
ci guardano assorte mentre prendono il caffè
o si stanno vestendo davanti al letto - entrano perfettamente
nella cultura più attuale. Sono antiche perchè
questa cultura non può che rivolgersi sempre
più all'antico, anche per uscire dal disorientamento
e dalla nevrosi che ci investe; e sono moderne perchè
non possono, irrimediabilmente, che essere nel presente,
vivere nel presente, abbordare il presente. E' il
carattere precipuo della nostra temperie di inizio
millennio, che i sociologi amano definire "contaminata"
o "composita". La moda, si sa, non ha più
una direzione: essa punta in avanti ma anche guarda
all'indietro. Tutto ciò di cui ci circondiamo
è all'interno del sistema tecnologico ma anche
fuori da esso, cioè nella nostalgia di un tempo
perduto. Per questo motivo tanto successo hanno i
"revivals", sia narrativi, sia filmici,
sia appunto pittorici.
Pier Toffoletti - questo artista friulano giovane
ma già maturo - ha capito perfettamente come
dev'essere la pittura d'oggi, e soprattutto quella
di domani: protesa verso le modalità più
attuali e insieme nutrita dal sentimento del passato.
Ecco allora questa suggestione che ci investe di fronte
ai suoi affreschi (non sono tali tecnicamente, ma
potremmo chiamarli così) dove la matericità
vibrata del muro riflette il vitalismo dell'oggi in
una dimensione che è quella di una bellezza
classica. Certo, le ragazze e in genere i giovani
che vediamo anche a gruppi nei quadri di Pier hanno
un'eleganza, un comportamento così armonioso,
quasi una nobiltà interiore oltre che esteriore,
una perfetta congruenza strutturale, che si sembrano
proiezioni di un passato aurorale: un tempo senza
tempo in cui Fidia continua in Raffaello, secondo
una tipologia dove, platonicamente, confluiscono verità
e bellezza. Forse che queste due "schegge"
della perfezione divina - appunto verità e
bellezza - non possano tornare a congiungersi? E'
il magistero dell'arte che ce lo propone, come antidoto
alle banalità e alla volgarità degli
anni in cui viviamo.
La "linea ideale" di Toffoletti è
questa. Non si tratta di meri citazionismi o anacronismi,
secondo le formule di una critica che ci sembra ormai
vecchia: nè di derivazioni fotografiche abilmente
composte ed elaborate. La pittura ritorna a vivere
dopo essere stata oscurata per quasi un secolo, torna
alla luce come Proserpina dopo il "castigo"
degli Inferi. Ma certo: oggi si può - anzi
si deve - dipingere così: con questo senso
prepotente del presente avvolto da una dolcissima
nostalgia del passato. Che poi il nostro Pier riprenda
moduli tipici del sistema dei "media", non
è più da considerare una limitazione.
Dai fondi magmatici (le polveri di marmi, le colle,
gli ossidi di un procedimento quasi alchemico) vien
fuori, prepotente, la vera pittura, magari sciolta
e diluita come una lava pompeiana. Essa veste le eleganti
figure uscite dai campionari di giornali, fotografie,
film, video: le nobilita, le porta in un ambito di
ricreazione artistica, le fa fremere, muoversi, respirare.
Ora che l'artista ha lasciato in disparte talune insistite
"antichizzazioni", ridandoci la freschezza
dell'aria in cui viviamo, il risultato è ancor
più cattivante. La ricerca di perfezione rinascimentale
ha abbandonato schematizzazioni stilistiche: s'è
fatta analisi psicologica, impulso emozionale, captazione
sensitiva. Vita che vive nell'attimo, insomma: non
vita artificiosamente resuscitata. Apprezziamo anche
la finezza dei rapporti cromatici in cui sulla dominante
rossastra di fondo, tipica del muro, si inseriscono
toni ocrati, seppie, bruni tenerissimi, qualche tocco
velato di violetti, di azzurrini spenti. E poi: ci
stregano quelle screziature, quei graffiti, quei segni
incisi di un alfabeto che non riusciamo a comprendere.
Quanto insondabile è l'animo umano!
Passano davanti a noi le ragazze con la loro aria
sfrontata o mesta. Si allontanano a passettini veloci.
Ma non le dimentichiamo. Dietro di loro sentiamo ancora
il loro profumo: di ieri e di oggi. Non sono fantasmi. |
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Dott. ANGELA FELICE - Critica d'arte e letteraria
- Udine - 2000
Occorre
guardare a lungo, con lentezza e più volte
le opere di Pier per sperare e cercare di penetrare
la raggera di possibili suggestioni e andare al di
là del primo impatto di patinata gradevolezza
visiva. Occorre cioè lasciar scorrere lo sguardo
(della mente emozionata - si direbbe - prima ancora
degli occhi) su superfici a loro modo spiazzanti,
mosse da compiture e gradazioni impalpabili di colore
evanescente; materiche al punto di reclamare quasi
di essere percorse con la mano e sfiorate; dislocate
inoltre nell'impaginazione in cui, appunto, gli orli
e le periferie hanno un rilievo non migliore delle
zone più a fuoco del centro, e dei suoi dintorni.
A cosa, ad esempio, accordare il primato d'importanza,
secondo un'ideale gerarchia di valori e significati
figurativi? Ai muri martoriati del fondale, incisi
da unghiate o punteruoli, schegge e segni indecifrabili
di scrittura, tanto graffiti del disagio metropolitano
quanto geroglifici di arcana preistoria? O non piuttosto
alle figure più riconoscibili che, su quello
sfondo attraversate dal mistero del suo senso, si
stagliano e si ritagliano?
Sono presenze umane, queste ultime, che campeggiano
entro cornici quasi protettive, portano in luce una
plastica evidenza, si organizzano e si fissano in
posture di atteggiamento classico o post-classico
che ne valorizza la dimensione fisica, la morbidezza
delle carni o l'armonia estetica del corpo. E' una
sorta di languida sensualità, pudica quanto
intensa, ovatta le evocazioni femminili, prevalenti
su quelle maschili, sorprese in gesti raccolti e quasi
in attimi ripiegati di intimità solitaria e
di colloqui interiore. La veste, se c'è, è
poco più di un panno, precario ed informale
involucro offerto al chiaroscuro delle pieghe, adatte
al gioco visivo di coprire, scoprire e rivelare, più
che di abbigliare, il linguaggio segreto della nudità
corporea e della sua castità rivelata. Esenti
da compiacimenti decorativi, le donne di Pier sono
prive anche del desiderio di possesso, di sè
sugli altri, degli altri su sè. Sono concentrate
invece in una sorta di sospensione del tempo e dello
spazio e in una zona neutra di solitudine raccolta.
E di sè non offrono all'osservatore che le
spalle, il volto obliquo - piegato o alzato -, il
profilo o il taglio defilato e indiretto degli occhi
che non cercano mai quelli di chi ne contempla l'intimità,
ma viaggiano altrove: dentro se stesse o in un "fuori"
indistinto cui, sua volta, è invogliato a spingersi
anche lo spettatore esterno.
E dunque, in questo gioco di occhi che evitano di
guardare e di essere guardati, si scopre che le tele
ospitano bagliori intermittenti di visioni e segni
di bellezza sfuggente, gravati da echi sapientemente
filtrati da tanta tradizione illustre di arte del
passato ma già prossimi a perdersi, a svanire
e cancellarsi per sempre. E si scopre anche che le
basi sofferte e ferite dei fondali incisi sono perciò
il necessario corredo di quell'epifania discreta della
bellezza, sull'orlo del suo precipizio e contro il
muro brutale di un involgarito presente. E infine
ecco che le tele di Pier, guardate e riguardate, alla
ricerca dei legami a specchio tra la tragicità
delle basi e la grazia opalina delle figure umane
in primo piano, ecco che quelle tele lasciano solo
un'ultima decisiva emozione, anche a chi - come chi
scrive - si può affidare solo agli scampoli
della propria sensibilità e non a una presunzione
indebita di competenza tecnica. Lasciano dunque un'eco
di struggente malinconia, come di chi sa l'inattualità
dell'idea e ne può solo contemplare la fragile
apparizione nei momenti solitari del raccoglimento
interiore. |
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PAOLO
LEVI , critico d'arte - 1999
Un
pittore che ha come imprescindibile dote quella di
saper disegnare. Pier Toffoletti usa quest'arte assai
antica per portare sul palcoscenico della tela la
bellezza del corpo femminile nel suo mistero. Esaminiamo
il dipinto Figure e panneggi. In questo caso
egli ama "disegnare", tramite una sottile
scrittura pittorica, l'atteggiamento dei volti delle
due figure, specchio delle infinite possibilità
dell'espressione dell'anima femminile. |
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KAZUO
AKIYOSHI (Direttore culturale del Museo dell'Arte
Contemporanea di Sezon - Giappone) - 1998
Nessuno
potrebbe avere dubbi se, riferendosi ai lavori di
Pier, li considerasse opere di un artista del Rinascimento.
Rappresentazione umana che può portare alla
luce anche la spiritualità mediante gli schizzi
eccelentissimi.
Ornamentalità ed emozione che hanno un effetto
che fa ricordare un affresco sulle materie come la
sabbia e le polveri di marmo applicate con grosso
spessore. Mi fa una grande sorpresa sentire che tutte
queste sono derivate dallo svago e dal passatempo
di Pier Toffoletti che è amministratore di
un'agenzia pubblicitaria, allo stesso tempo regista
di programmi televisivi, nato nel 1957, cioé
di soli 41 anni! Faccio tanto di cappello alla profondità
e l'ampiezza indefinite del mondo dell'arte italiana
che può nascere un artista come lui.
Mi sembra molto naturale che lui e le sue opere si
facciano notare in tutto il mondo. |
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